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I paradossi

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I paradossi

Che cosa sono i paradossi?

I paradossi

I primi paradossi della storia risalgono a Zenone di Elea, discepolo di Parmenide, che li utilizzò per sostenere che la realtà è unica e immutabile, dimostrando l’impossibilità della molteplicità e del moto, nonostante la loro riscontrabilità oggettiva nella vita quotidiana. Il paradosso più famoso è quello di Achille e la tartaruga. I paradossi costituiscono il primo esempio di dimostrazione per assurdo e, anche se non hanno valore dal punto di vista fisico, vengono considerati come modello del metodo dialettico, usato in seguito dai sofisti e da Socrate.

Secondo Watzlawick, teorico della Scuola di Palo Alto, il paradosso è un’affermazione contraddittoria che deriva da una deduzione corretta da premesse apparentemente coerenti ma in realtà sbagliate.

I paradossi pragmatici interessano la pragmatica della comunicazione e sono costituiti da messaggi che impongono di fare una cosa, ma nello stesso tempo la negano. Se ad esempio consideriamo la frase “Sii spontaneo”, cadiamo in un paradosso perché la spontaneità non può essere imposta. Obbedendo a tale richiesta non si è certo spontanei. Altrettanto paradossali sono le richieste: “Devi amarmi”, “Devi divertirti”, “Non essere così remissivo”, comportamenti che non possono essere imposti, ma che partono dal proprio intimo e, pertanto sono spontanei.

LA TEORIA DEL DOPPIO LEGAME DI BATESON

Il paradosso ha effetti rilevanti sull’interazione.

Secondo Bateson e altri studiosi della scuola di Palo Alto, con la teoria del doppio legame, hanno dimostrato che una comunicazione paradossale può dar luogo a vere e proprie patologie psichiche. Egli respinge le teorie secondo cui la schizofrenia ha radici intrapsichiche e si chiede quali esperienze di interazione con gli altri sono alla base di un comportamento schizofrenico. Giunge alla conclusione che esso può essere causato da forme prolungate e ripetute di comunicazione scorretta che avvengono in contesti comunicativi particolarmente significativi, quale può essere la famiglia. Questo tipo di interazione, chiamato a doppio legame, è basato su affermazione di asserzioni e contemporanea smentita di esse, senza che il destinatario possa prendere consapevolezza della contraddittorietà del messaggio. In pratica assistiamo ad una netta contraddizione tra il messaggio e il comportamento di un genitore, per cui il figlio si trova nel dilemma se obbedire o non obbedire, oppure credere o non credere a ciò che cli adulti gli comunicano poiché non si può reagire in modo coerente ad un paradosso. Per esempio, se la madre comunica verbalmente al suo bambino di amarlo e poi questa sua affermazione viene contraddetta da un atteggiamento di distacco e lontananza, ecco che lui si sentirà rifiutato, ma non può riconoscere la contraddizione insita nell’atteggiamento materno. Non gli resta che sentirsi in colpa e spostare tale contraddizione dentro di sé.

Se tale situazione viene reiterata per lungo tempo in contesti chiusi, i soggetti possono essere indotti in uno stato patologico di dilemma in cui essi non sono più in grado di rispondere a due comunicazioni opposte. Questo vale soprattutto nell’infanzia, quando il bambino è fortemente legato ai genitori e crede che quanto gli dicano sia legge universale, per cui, a fronte di tale contraddittorietà si genererà in lui una enorme confusione, che, se prolungata nel tempo, si trasformerà in una reazione patologica. Infatti, introiettando due messaggi che si negano a vicenda, il soggetto rischia di incrinare l’unità della sua psiche.

Oggi però sappiamo che una combinazione di fattori genetici e ambientali gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della schizofrenia, ma una riflessione sulle conseguenze di una stortura della comunicazione, ci induce a considerare l’importanza della buona comunicazione all’interno dei contesti relazionali, finalizzata alla crescita del sistema e alla sua continua evoluzione.

 


Dott.ssa Antonella Buonerba Psicologa, Prof.ssa di Filosofia e Scienze Umane
Salerno (SA)

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Iscritta all’Ordine degli psicologi della Campania n. 2635/A dal 25 maggio 2006
Laurea in Psicologia (indirizzo Psicologia clinica e di comunità)

 

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